15 gennaio 2026

Cestini di pasta fillo con salmone e salsa cremosa al limone

Cestini di pasta fillo con salmone e salsa cremosa al limone

fondo scuro, piatto in gres chiaro con fascia laterale grigia, a metà tra chiaro e scuro è sistemato il cestino di pasta fillo con salmone e salsa cremosa al limone


Tra luce e croccantezza

Ci sono antipasti che sembrano piccoli esercizi di leggerezza, come se la cucina potesse imparare a sospendersi tra aria e materia. Non si limitano ad aprire un pasto, ma schiudono anche una piccola parentesi narrativa, come il prologo di un romanzo. 

L'idea è semplice: trasformare la croccantezza della pasta fallo in un guscio che protegge un cuore morbido, una salsa cremosa che profuma di agrumi con salmone affumicato, una nota sapida che, come una nota di jazz in un film di Almodóvar, arriva a spiazzare e conquista.

Questi cestini appartengono a quella categoria di piatti che sembrano raccontare qualcosa prima ancora del primo morso. Un boccone e il contrasto è netto: croccante e friabile fuori, morbido e avvolgente dentro, come certe pagine di Flaubert in cui la tavola borghese diventa teatro di desideri silenziosi.


Tra romanzi, cinema e cucine immaginate

Se si chiudono gli occhi, questi cestini potrebbero comparire in una scena di “Julie & Julia”: una cucina un po’ disordinata, una tovaglia colorata, un vassoio di antipasti che passa di mano in mano, tra risate e piatti che si accumulano. Il salmone, con la sua nota sapida e piena, richiama quella cucina franco-americana che unisce burro, panna e precisione, ma qui trova un alleato mediterraneo nel limone che alleggerisce e rischiara.

Allo stesso tempo, la croccantezza sottile della pasta fillo rimanda a certe tavole nordiche, ordinate e luminose, dove l’aneto è di casa e il pesce affumicato è un profumo quotidiano. È come se Babette, prima di servire le sue famose quaglie, avesse deciso di aprire il banchetto con un assaggio in miniatura di mare e crema, qualcosa di semplice all’apparenza eppure studiato nei dettagli, come un’inquadratura di Bergman dove ogni oggetto in scena ha un peso preciso.

In fondo, questi cestini sono un piccolo esercizio di equilibrio: tra nord e sud, tra mare e panna, tra tradizione borghese e cucina contemporanea che gioca con le consistenze. Un antipasto che potrebbe stare comodamente in una tavola letteraria dell’Ottocento come in un brunch moderno, tra bicchieri sottili e chiacchiere lente.

La ricetta

Questi cestini di pasta fillo al salmone hanno qualcosa delle scene di banchetto che si ricordano più dei dialoghi, come in certi film d’autore in cui il cibo non è semplice sfondo, ma personaggio silenzioso. Un boccone racconta la delicatezza della crema, un altro sottolinea la nota affumicata del salmone, un altro ancora porta in primo piano il limone e l’aneto: è quasi un montaggio cinematografico in tre inquadrature.

Sono perfetti come antipasto delle grandi occasioni, ma anche come gesto di cura in una cena più intima, quando si vuole sorprendere senza alzare troppo la voce. La loro forza sta nell’apparente semplicità: pochi ingredienti, una struttura chiara, un gioco di consistenze e profumi pensato con attenzione. Esattamente come una buona pagina di narrativa o una scena ben costruita, restano addosso anche dopo che il piatto è stato portato via.

Ingredienti per 12 cestini

  • 2 cucchiai d'olio d'oliva extravergine (per spennellare la pasta fillo)
  • Pasta fillo in fogli
  • 300–350 g di salmone affumicato
  • 150 ml di latte 
  • 25 g di burro
  • 6 cipollotti a fettine sottili
  • 25 g di farina 0
  • 2 cucchiai di panna acida
  • Scorza grattugiata di 1 limone
  • 2 cucchiai di aneto fresco tritato (facoltativo)
  • Sale e pepe q.b.

Procedimento

Come preparare i cestini di pasta fillo

Per prima cosa, preriscalda il forno a 180°C e imburra uno stampo da muffin da 12 cavità. Prepara il burro fuso e tienilo a portata di mano, perché sarà il tuo alleato per trasformare la pasta fillo in una struttura croccante e dorata.

Apri un foglio di pasta fillo, spennellalo con il burro fuso e taglialo in 8 quadrati da circa 12 cm per lato.

Sistema un primo quadrato nello stampino, poi un secondo ruotato ad angolo retto: hai già un cestino, ma puoi spingerti oltre e sovrapporre altri due quadrati, disponendoli a “+” e a “x”, sempre spennellando tra uno strato e l’altro. Con quattro fogli la consistenza sarà più marcata e importante, con due più leggera e minimalista: qui è il senso estetico a guidare la mano.

Ripeti l’operazione per tutti gli stampi, poi inforna per circa 5 minuti o finché i cestini risultano dorati e croccanti. Sforna, fai raffreddare qualche istante e sfilali delicatamente dallo stampo: sembreranno piccole coppe di vetro opaco, pronte ad accogliere il ripieno.

La crema al salmone, limone e panna acida

In una casseruola fai sciogliere il burro salato, poi aggiungi i cipollotti affettati finemente, facendoli ammorbidire per un paio di minuti. 

Unisci la farina, mescola per un minuto e poi versa gradualmente il latte e la panna acida. Porta a bollore, sempre mescolando, finché la salsa diventa densa, liscia e lucida, come una pagina ben scritta.

Aggiungi il salmone a pezzetti alla salsa calda, profuma con la scorza di limone grattugiata e, se ami i sentori nordici, completa con l’aneto tritato. 

Assaggia e regola di sale e pepe: deve risultare una crema equilibrata, morbida ma non pesante, in cui ogni cucchiaiata invita alla successiva.

Con un cucchiaio, riempi i cestini di pasta fillo con la farcia ancora tiepida. 

Completa con della buccia grattugiata di limone e qualche ciuffetto di aneto. 

Porta in tavola subito, prima che la crosta perda il suo canto croccante: il contrasto tra caldo e croccante è parte integrante dell’esperienza.

Un antipasto che resta nella memoria


fondo scuro, piatto in gres chiaro con fascia laterale grigia, a metà tra chiaro e scuro è sistemato il cestino di pasta fillo con salmone e salsa cremosa al limone




Domande frequenti sui cestini di pasta fillo al salmone

  • Posso preparare i cestini di pasta fillo in anticipo?

Sì, puoi cuocere i cestini di pasta fillo in anticipo e conservarli, ben raffreddati, in un contenitore ermetico per 1 giorno a temperatura ambiente, in un luogo asciutto. È importante farcirli solo poco prima di servirli, per mantenere la croccantezza del guscio.

  • Come posso adattare la ricetta se ho ospiti che non mangiano pesce?

Puoi sostituire il salmone con verdure saltate (per esempio zucchine, porri o asparagi) e mantenere la base di salsa cremosa, ottenendo cestini vegetariani altrettanto scenografici. Un’altra alternativa è usare formaggi freschi ed erbe aromatiche, per un ripieno più semplice ma comunque elegante.


  • Posso usare salmone fresco per questa ricetta?

Sì, dovrai solo farlo cuocere nel latte, quando tenero spezzettalo, e usa il latte per fare la salsa.


  • Posso congelare i cestini di pasta fillo al salmone?

Si sconsiglia di congelare i cestini già farciti, perché la pasta fillo tende ad assorbire l’umidità della crema e perdere la sua croccantezza. Puoi però congelare il ripieno al salmone separatamente e preparare i cestini freschi al momento del servizio.


  • Con cosa posso abbinarli in un menù completo?

Questi cestini di pasta fillo al salmone stanno bene in un menù di mare con primi piatti delicati (come una pasta agli agrumi o un risotto ai crostacei) e secondi leggeri di pesce al forno o al vapore. In alternativa, si inseriscono con naturalezza anche in un buffet misto, accanto a torte salate, insalate di stagione e piccoli stuzzichini da aperitivo.



12 dicembre 2025

La cucina italiana patrimonio dell’umanità

La cucina italiana patrimonio dell’umanità


Un riconoscimento al modo di vivere che ha fatto scuola nel mondo


C’è un filo sottile che lega le cucine italiane — da Nord a Sud, da una casa all’altra — e oggi quel filo è diventato Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO.

Per la prima volta, non sono le ricette a essere celebrate.

Non i piatti iconici, non le preparazioni simbolo di una regione o di un’epoca.

A essere riconosciuto è un modo di vivere la cucina: fatto di comunità, memoria, gesti condivisi e quotidianità.

È la cucina di casa, quella che nasce nei ritmi lenti delle famiglie, nelle domeniche passate a tavola, nelle mani che tramandano un sapere antico senza bisogno di spiegazioni.

È la cucina che chiede solo: hai mangiato? vuoi qualcosa?

Ed è proprio nelle semplici parole “hai mangiato, vuoi qualcosa” è racchiusa la cucina degli affetti che è stata riconosciuta patrimonio UNESCO.


La cucina della memoria: il vero cuore della tradizione italiana

La notizia del riconoscimento UNESCO riporta alla mente immagini familiari:
le cucine delle nonne, piccole ed essenziali, ma piene di vita.

Cucine dove i profumi arrivavano prima delle voci, e i gesti si muovevano come in una danza imparata nel tempo.

La cucina italiana tradizionale non è solo nutrimento: è memoria, appartenenza, racconto collettivo.


Le cucine delle nonne: rituali che non si dimenticano


La nonna materna e il suo sugo della domenica: un ragù cilentano ricco, preparato con salsa di pomodoro fatta in casa, spezzatino, salsiccia e rolatine.

Il pentolone sobbolliva dalla mattina presto, e il profumo si sentiva già dalle scale.

I fusilli tirati a mano con il ferro — uno di quei ferri oggi vive ancora, ereditato e custodito con cura nella mia cucina.

Il pranzo era un’orchestra: voci diverse, unite dallo stesso ritmo.

Della nonna paterna restano invece le sere prima della festa, dedicate alle olive ascolane.

Un lavoro lungo, che iniziava settimane prima con la salamoia preparata in casa.

Poi gli arrosti macinati, profumati di limone, parmigiano e noce moscata.

C’era sempre un assaggiatore ufficiale, incaricato di decretare se il ripieno fosse “giusto”.

La sera precedente il giorno di festa era un rito: tutte le mani attorno al tavolo, la televisione accesa in sottofondo, le donne che lavoravano, gli uomini che chiacchieravano, e una bambina che osservava e ripuliva i noccioli delle olive che erano appena stati tolti.

Un rito lento. Ripetuto. Condiviso.

Anno dopo anno.


Il sapere che si tramanda: oltre le ricette


È questo sapere — più delle singole preparazioni — che oggi l’UNESCO riconosce come patrimonio.

Un sapere che non si trasmette con le parole, ma con l’osservazione: guardando mani più esperte, ripetendo, sbagliando, correggendo.

Come scrive Simonetta Agnello Hornby, la cucina dei ricordi è quella in cui gli ingredienti si annotano, ma i passaggi si imparano vivendo.

La prima cucina che impariamo è sempre quella di casa.

Non è una cucina da chef, ma da artigiani dell’ordinario: donne e uomini che conoscevano la stagionalità, evitavano sprechi, riconoscevano la qualità a colpo d’occhio.

Mia nonna, al mercato, non toccava mai nulla.

Le bastava guardare.

E nulla andava sprecato: tutto si trasformava.


Il sapere che si tramanda.

È questo sapere, più che le singole ricette, che oggi l’UNESCO riconosce come patrimonio.

Un sapere che non si trasmette con le parole, ma con i gesti, osservando mani più esperte, ripetendo, sbagliando, correggendo.

La prima cucina che impariamo è quella di casa. Non è una cucina da professionisti, ma da artigiani dell’ordinario: donne e uomini che conoscevano la stagionalità, che sapevano comprare senza sprechi, che riconoscevano la qualità a colpo d’occhio.

Mia nonna, al mercato, non toccava mai nulla. Le bastava guardare per sapere cosa fosse buono. Nulla andava sprecato, tutto veniva trasformato.

Come scrive Simonetta Agnello Hornby, “la cucina dei ricordi” è quella dove gli ingredienti si appuntano, ma i passaggi si imparano vivendo.


Lentezza, attesa e tempo: valori riconosciuti dall’UNESCO


Nel riconoscimento della cucina italiana come patrimonio UNESCO risuona anche un messaggio profondamente attuale: rallentare.

La cucina autentica non segue tempi di produzione.

I ritmi li dettano la natura, gli impasti, le fermentazioni, le attese.

Non c’erano schermi né ordini online.

Al massimo una telefonata: “Oh, ma qui che ci avevi messo?

E poi di nuovo ai fornelli.

“La cucina ha i suoi tempi”, diceva mia nonna.

E mentre si aspetta, la casa si riempie di profumi che salgono piano, avvolgono, trasformano.

È un tempo sospeso.

È meditazione.

È memoria che si rinnova.

Perché le cose buone richiedono tempo.

E il tempo dell’attesa non è mai tempo perso.

8 dicembre 2025

"La Cucina dei Ricordi" e i Viccilli: le vere graffe di patate della tradizione cilentana

"La Cucina dei Ricordi" e i Viccilli: le vere graffe di patate della tradizione cilentana

sfondo bianco che ricorda una boiserie, piano in granito lucido, un piatto rotondo in ardesia sul quale sono sistemati una sull'altra tre ciambelle di patate, l'ultima divisa a metà, davanti a semicerchio ci sono le palline fritte, stessa ricetta, il tutto si riflette sul piano lucido


Un viaggio tra memoria, profumi e dolci della tradizione campana

Ci sono ricette che non si leggono: si ricordano. Ricette che non hanno bisogno di spiegazioni perché sono custodite nelle mani, nei gesti tramandati, negli occhi di chi ci guardava cucinare da bambini. È questo il cuore pulsante della “Cucina dei Ricordi” di cui parla Simonetta Agnello Hornby: una cucina fatta di emozioni, sensazioni e profumi che abitano dentro di noi e riaffiorano ogni volta che torniamo ai sapori della nostra infanzia.


Oggi, nella quiete lenta di una domenica “prima della festa”, ho aperto il mio cimelio di famiglia: la vecchia agenda di mia nonna, quella in cui appuntava solo gli ingredienti, senza mai indicare il procedimento. Perché quello, come racconta la Hornby, si sapeva. Le nonne erano così: essenziali, sicure, precise senza bisogno di molte parole.


È da questa agenda che oggi preparo i viccilli (così li chiamava mia nonna), una ricetta cilentana che in altre zone della Campania è meglio conosciuta come graffe di patateciambelle di patate o zeppole di patate. Per noi in casa, però, sono sempre rimasti semplicemente viccilli, il dolce dell’infanzia, delle mani sporche di zucchero e delle risate attorno alla tavola.


La ritualità dei gesti lenti: la magia della cucina dei ricordi

Niente scorciatoie.
Oggi ho deciso di cucinare esattamente come faceva lei.

Ho messo a bollire le patate – avrei potuto cuocerle a vapore, al microonde, già tagliate… ma no. La scelta “lunga” è venuta da sé. Le ho scolate, lasciate intiepidire, poi pulite una ad una, eliminando ogni piccola parte imperfetta come faceva mia nonna.

Ho pesato gli ingredienti, preparato tutto sul tavolo, e ho iniziato:

  • schiacciare le patate ancora tiepide

  • aggiungere il burro

  • grattugiare il limone direttamente sullo zucchero (il profumo a questo punto invade già la cucina)

  • sciogliere il lievito di birra fresco, rigorosamente il panetto intero da 25 g, in un po’ di latte caldo

Il lievito – quello vero, non quello chimico né disidratato che mia nonna non avrebbe mai usato – entra nella fontana di farina, insieme alle uova e allo zucchero aromatizzato.

E poi l’impasto.
A mano. Lentamente.
Le mani vanno da sole, come se fossero le sue.

Quando la pasta diventa una palla soffice, la copro con il solito grande piatto pesante e la lascio riposare, in silenzio, nel ritmo lento della casa.

Questa è la poesia dei gesti lenti: la cucina che cura, che riporta alla memoria, che nutre molto più del semplice palato.


Viccilli o graffe di patate: un po' di storia

viccilli sono un dolce tipico del Cilento: ciambelle fritte a base di patate, morbide, profumate, poi immerse generosamente in zucchero e cannella.

Esistono in tutta la Campania con nomi diversi, ma la loro storia affonda radici lontane.
Si ritiene che l'origine delle graffe napoletane risalga al periodo della dominazione austriaca nel XVIII secolo. Le graffe, infatti, sarebbero una rielaborazione dei krapfen, dolci fritti tipici dell’area tedesca e austriaca.

Le due preparazioni oggi sono ben diverse, ma condividono la stessa radice etimologica:

  • krapfo (longobardo)

  • krappa (gotico)

Termini che indicavano l’“uncino”, forma antica delle frittelle originarie.

Da allora, la Campania ha fatto sua questa ricetta, trasformandola in uno dei dolci più amati e iconici.


Zucchero e cannella: la magia del tocco finale

Quando i viccilli sono ancora caldi, li tuffo in un misto di zucchero e cannella.
Non indico dosi precise: bisogna essere generosi.

Nell’impasto c’è poco zucchero, quindi la copertura serve sia per la dolcezza che per il profumo.
La cannella deve sentirsi, avvolgere, portare quel calore che sa di inverno, di casa, di festa.

E poi – proprio come faceva mia nonna – oltre alla forma a ciambella, preparo anche piccole palline irregolari, perfette da intingere in una crema pasticciera al limone… “per sgrassare”, come diceva lei.


Il dolce sapore delle cose che restano

E mentre l’ultimo viccillo si raffredda sul piatto, mi fermo un momento ad ascoltare il silenzio della cucina. È un silenzio pieno, denso, fatto di presenza.

Profuma di limone, di zucchero e di ricordi.

Capisco che non è solo una ricetta quella che ho preparato oggi.

È un ponte.

Un filo sottile che unisce chi eravamo a chi siamo diventati.

Ogni gesto lento, ogni granello di zucchero, ogni attesa davanti alla lievitazione mi ha riportata a lei, a quelle domeniche in cui bastava poco per sentirsi amati: una ciambella calda, una risata, una mano che ti guidava senza dirlo.

E allora sì, forse la cucina dei ricordi non è fatta per chi va di fretta.

È fatta per chi vuole ritrovarsi, per chi sa che certe ricette non si preparano: si custodiscono.

Oggi, nel profumo dei miei viccilli, c’era anche mia nonna.

E mentre ne addento uno, ancora tiepido, capisco che le persone che abbiamo amato davvero non se ne vanno mai: restano nei nostri gesti, nelle nostre mani, nelle ricette che continuiamo a impastare.

E ogni volta che portiamo in tavola un ricordo, lo riportiamo alla vita.

Un morso alla volta.


vista dall'alto di una grande scodella bianca, con bordo decorato a pois rossi, piena di ciambelle di patate e bocconcini fritti e ricopetri di zucchero semolato e cannella


La ricetta

La ricetta dei viccilli, le morbide graffe di patate della tradizione cilentana, non è solo un insieme di ingredienti: è un piccolo rito fatto di lentezza, profumi e memoria. È una preparazione che nasce nelle cucine di un tempo, dove le donne impastavano senza bilance precise ma con una sapienza fatta di occhi, mani e cuore. 

Queste ciambelle soffici, dorate e ricoperte di zucchero e cannella, hanno il potere di riportare indietro nel tempo chiunque le assaggi: ricordano le domeniche di famiglia, le feste dei paesi, i pomeriggi passati a guardare la nonna friggere “qualcosa di buono”.
È un invito a sedersi, respirare e ritrovare, nell’impasto tiepido tra le mani, le persone e i gesti che ci hanno insegnato cosa significa davvero “cucina di casa”.

Prepararle significa prendersi un momento per sé, scegliere la via lenta e lasciarsi avvolgere dai profumi di limone, burro e patate calde.

E ora, con il cuore pieno e le mani pronte, ecco la ricetta dei viccilli cilentani, così come ci è stata tramandata: autentica, semplice e meravigliosamente imperfetta.

Ingredienti

  • 500 g di purea di patate
  • 500 g di farina di frumento (io tipo 0)
  • 25 g di lievito di birra fresco 
  • 180 g di uova intere (3 uova)
  • 50 g di burro
  • 5 g di sale
  • buccia grattugiata di 1 limone
  • 15 g di zucchero semolato (1 cucchiaio)
  • 59-100 g di latte
  • olio per friggere
  • zucchero semolato e cannella per decorare

Procedimento

1. Preparazione delle patate

Lava e lessa le patate intere con la buccia.

Scolale, lasciale intiepidire, sbucciale e rimuovi eventuali imperfezioni.

Schiacciale finché sono ancora tiepide.

2. Aromatizzazione e base dell’impasto

Grattugia la scorza del limone direttamente nello zucchero.

Unisci il burro alle patate schiacciate e mescola.

3. Lievito e impasto

Sciogli il lievito fresco in un po’ di latte tiepido.

Disponi la farina a fontana in una ciotola capiente e aggiungi al centro: zucchero aromatizzato, uova leggermente sbattute e lievito sciolto.

Inizia a impastare a mano, incorporando le patate.

Se l’impasto è troppo asciutto, aggiungi ancora un po’ di latte.

Quando gli ingredienti sono tutti incorporati spostati sul piano di lavoro e lavora fino a ottenere una palla liscia e morbida.

4. Lievitazione

Metti l’impasto in una ciotola ampia e coprilo.

Lascialo riposare in un luogo tiepido per 1 ora.

5. Formatura delle ciambelle o viccilli

Puoi procedere in due modi:

  • stendere l'impasto e formare le ciambelle con un coppapasta, il centro saranno le palline;
  • prendere un pezzo di impasto, lavorarlo e formare un cordoncino e dare la forma di una ciambella, e crea anche delle palline irregolari.
Disponile su carta forno leggermente infarinata.

Lascia riposare 20–30 minuti.

6. Frittura

Scalda l’olio a 170–175°C.

Friggi pochi pezzi per volta, girandoli finché sono ben dorati.

Scolali su carta assorbente.

7. Copertura finale

Mescola abbondante zucchero con cannella secondo il tuo gusto.

Passa i viccilli ancora caldi nella miscela per ricoprirli completamente.


Consigli finali per viccilli perfetti

  • Lo zucchero deve essere abbondante: nell’impasto ce n’è poco apposta.

  • La cannella deve profumare bene: dosala generosamente.

  • Le palline sono perfette da servire con crema pasticciera al limone.

  • Consumarli ancora tiepidi è il modo migliore per ritrovare i veri sapori dell’infanzia.




30 ottobre 2025

La cucina delle meraviglie di Tim Burton: tra cibo gotico, follia e poesia del gusto

La cucina delle meraviglie di Tim Burton: tra cibo gotico, follia e poesia del gusto

cartellone The world of Tim Burton scattata sul cancello della Mole Antonelliana, Torino, foto di Gabriella Comini


Tim Burton è uno dei registi più iconici, visionari e riconoscibili della cinematografia contemporanea. Famoso per il suo stile unico e per la capacità di mescolare elementi dark, gotici e fantastici, l'irriverente, l'esuberante, con un irresistibile umorismo grottesco, Burton esplora costantemente i temi dell’emarginazione, dell’identità e della solitudine.

Tra i molti aspetti che definiscono la poetica e l’estetica dei suoi film, uno dei più sottili e affascinanti è la cucina: spesso presente in modo surreale, gioca un ruolo centrale non solo come elemento narrativo, ma anche come simbolo di relazioni umane, follia e trasformismo. 

Il cibo, nei suoi mondi, non si limita a soddisfare un bisogno fisiologico: diventa veicolo affettivo, simbolo di trasformazione, segno del consumismo e della disfunzione sociale.

Burton è un geniale creatore di universi bizzarri, in cui anche la cucina si trasforma in un territorio di invenzione e meraviglia. La sua “cucina delle meraviglie” non è fatta solo di ingredienti stravaganti, ma di atmosfere dove il cibo diventa proiezione della sua visione artistica e specchio della sua estetica inconfondibile.

Si dice che "siamo ciò che mangiamo": e allora, cosa dicono i piatti dei film di Tim Burton dei suoi personaggi?


La cucina come magia e metamorfosi

In Alice in Wonderland (2010), il mangiare e il bere sono strumenti di metamorfosi fisica e psicologica: Alice cambia dimensione e percezione, mentre Tim Burton gioca sulla contaminazione fra conoscenza di sé e esplorazione del mondo. Infatti il cibo non soltanto nutre ma è anche un mezzo che cambia e contamina la conoscenza di sé e del mondo.

Questa alterazione della realtà attraverso il cibo simboleggia il passaggio dalla fase infantile alla maturità e la ricerca dell’identità personale. Alice per scappare alle convenzioni del suo mondo si rifugia nel Sottomondo (un dedalo della propria mente tra sogni e incubi e realtà), con tutti i giochi di parole e nonsense tipici carrolliani in un’ambientazione tipica burtoniana e humour inglese.
La scena del tè del Cappellaio Matto è l’emblema di una convivialità caotica e delirante: una tavola che anziché confortare disorienta, dove il tè diventa rito di follia e ribellione.


rito del tè del Cappellaio Matto

Anche nel castello marmoreo della Regina Bianca ritroviamo un laboratorio culinario di magie, pozioni e ingredienti improbabili: un cucinare che mischia sapienza, ironia e trasformazione.

la cucina della Regina Bianca


In Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, 2016), il cibo è ripetizione, rituale sospeso. Nel tempo immobile del loop, la stessa cena si ripete eternamente: tacchino, purée e cavoletti, mentre i mostri si nutrono degli occhi dei bambini. Il nutrimento diventa qui visione, potere e perdita: un cibo che alimenta e insieme annienta.

Le forze malvagie ambiscono alla vita eterna, dei mostri giganteschi e scheletrici, invisibili alla maggior parte delle persone, senza occhi, cercano i ragazzi dai poteri speciali per nutrirsi dei loro occhi con lo scopo di poter riacquistare un aspetto umano e mantenerlo. 

Tema ricorrente nel cinema quello degli occhi. Qui Burton unisce il tema della visione, del vedere e del non vedere (dove si nascondono i mostri), con il trauma del perdere gli occhi. Nella battaglia finale i ragazzi dai poteri speciali rendono finalmente visibili al mondo i mostri cattivi bersagliandoli con palle di neve, coriandoli e zucchero filato.

cena Miss Peregrine e la casa dei ragazzi speciali di Tim Burton


Il cibo come elemento grottesco e surreale

Ne La sposa cadavere (The corpse bride, 2005), Burton trasforma la cucina in un regno dell’assurdo. La tavola dei morti è più vivace, ironica e umana di quella dei vivi

Al colorato e caotico mondo dei morti si contrappone silenzio e imbarazzo. Tim Burton si è ispirato alla tradizione messicana e agli scheletri bianchi (chiamati calaveras) che alla fine diventano dei dolcetti deliziosi e colorati. 

Il cibo nel mondo dei morti è rappresentato in modo eccentrico e giocoso; le portate sono tanto spettacolari quanto inquietanti, e tutto ciò che riguarda il cibo sembra essere pervaso dalla stessa atmosfera di morte e rinascita che caratterizza il regno sotterraneo. 

Il cibo diventa un mezzo per unire il mondo dei vivi e dei morti, ma rappresenta anche la separazione tra i due mondi e allo stesso tempo diventa un simbolo di potere, di potenziale riscatto, di un amore che supera la morte stessa.

La scena in cui Emily prepara la torta è simbolica della sua ricerca di un amore che non ha mai avuto, un suo desiderio di connessione che risalta il contrasto tra i due mondi. La preparazione culinaria diventa quindi un atto simbolico di unione, un rito che rappresenta il passaggio tra i due mondi, l’uso del cibo come mezzo di comunicazione tra il mondo dei vivi e dei morti con l’intento di superare la separazione e allo stesso tempo accentua il tema della morte.

La torta nuziale di panna e tibie ne è l’emblema — un matrimonio di dolcezza e macabro, perfettamente burtoniano.

Il cibo come rappresentazione del consumo e dell’alienazione

In Charlie e la fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory, 2005) la fabbrica di Willy Wonka è una sinfonia di tentazioni, e il cibo diventa allegoria del consumismo. 

La rappresentazione del cibo diventa una critica nei confronti di una società sempre più ingorda e superficiale, priva di valori solidi, misantropa e asociale sui vizi della nostra società che subisce cibo, gare, oggetti e tv. È anche un commento ironico sulla produzione di massa, sulla standardizzazione del cibo e sull’alienazione che ne consegue. I personaggi sono inghiottiti dal mondo del consumismo, come se il cibo fosse una trappola, un qualcosa di irresistibile che però non porta un reale piacere.

La fabbrica di Willy Wonka è un luogo magico dove ogni prodotto alimentare ha un effetto straordinario sui bambini che visitano il posto. Il cibo non è solo un bene consumabile, ma una porta verso mondi fantastici e, talvolta, pericolosi. Ogni ingrediente ha il potere di cambiare chi lo consuma, creando una riflessione sul consumismo e sulla ricerca del piacere.

La fabbrica è un luogo magico, in cui tutto, ogni tipo di alimento rappresenta una forma di alchimia, e il cibo assume una dimensione straordinaria e simbolica. La possibilità di creare cose speciali, straordinarie: partendo da ingredienti comuni mostra come la cucina diventi un simbolo di invenzione e creatività, ma anche di eccesso e desiderio senza freni. È una sorta di regno incantato dove il cibo non solo è abbondante ma sembra possedere una vita propria. È un microcosmo dove la magia è alla base di ogni ricetta, e ogni elemento ha il potere di cambiare la vita di chi lo consuma. 

Le leccornie, e il cioccolato, sono simbolo dei desideri, vizi e trasformazioni, ogni morso sembra portare i bambini verso un destino che riflette i loro caratteri. Il cibo diventa quindi una sorta di giudizio morale che evidenzia la natura egoista o viziata dei protagonisti. La fabbrica diventa un mondo parallelo dove la cucina diventa magica e surreale, una metafora della potenza della fantasia, della produzione in serie e del consumo irrazionale. Il cioccolato, normalmente associato al piacere e alla sensualità, qui assume una dimensione quasi alchemica, mescolando magia e consumismo.

Nel film ritroviamo il potere magico del cibo: dolci incredibili e fantasiosi come i croccantini piliferi che fanno crescere i capelli, o la gomma da masticare che contiene un pasto completo dalla zuppa alla torta di mirtilli. Willy Wonka con il suo aspetto eccentrico, crea punizioni folli per selezionare il suo vincitore del premio speciale.

In tutto questo mondo dolce a contrasto troviamo la solita zuppa di casa Bucket, un piatto poverissimo, che troviamo tutte le sere a casa di Charlie. La zuppa che la Mrs Bucket prepara è sempre la stessa, una zuppa di cavolo, che all’occorrenza si può “allungare”. Ma a dispetto della povertà il clima familiare è sereno, l’importante è condividere quello che si ha. La zuppa, la sua confortante familiarità, che restituisce la dimensione più autentica del nutrimento, la convivialità come forma d’amore, è quello che ritroviamo alla fine del film quando l’ascensore volante riporta Willy Wonka e Charlie dalla famiglia.

La cucina come rifugio e solitudine

In Big Fish (2003), la cucina è spazio del racconto familiare: un luogo dove il cibo diventa memoria e riconciliazione.

Il film esplora la relazione tra padre e figlio e la cucina assume un ruolo simbolico, un luogo di riflessione e riconciliazione. La scena in cui il protagonista racconta la storia di una "meravigliosa" preparazione di un piatto esotico diventa una riflessione sulle leggende familiari e su come il cibo sia legato ai ricordi di una vita passata, quasi come un simbolo di ciò che rimane impresso nella mente.

La preparazione dei piatti diventa la metafora delle storie che si raccontano e delle leggende familiari, dove il cibo non è solo nutrimento fisico ma anche simbolo di legami e racconti che si tramandano nel tempo. La cucina, anche se è una parte integrale della vita familiare, è anche uno spazio in cui la protagonista trova rifugio dalla frenesia del mondo esterno. Il cibo diventa un rifugio emotivo, e la cucina in un simbolo di cura.

In Batman (1989) la zuppa viene servita durante la cena tra Bruce Waine e Vicky Vale. Sono seduti a capotavola di un lunghissimo tavolo che li separa fisicamente ma anche significa un ostacolo di tipo sentimentale. Si sentono i cucchiai tintinnare nei piatti di porcellana bianchissima. Devono urlare per sentirsi, finché non si spostano in cucina, un ambiente più caldo, seduti vicini e complice qualche bicchiere di buon vino, ecco che la serata cambia completamente.

cena Batman


Ma la zuppa in Batman - il ritorno (Batman Returns, 1992) è anche qualcosa di confortante come la vichyssoise che Alfred serve a Bruce Waine nella bat-caverna. Bruce Wayne la prende distrattamente. Sta leggendo il giornale da un monitor e lo confronta con vecchie edizioni. Non ha posto dove appoggiare in piatto. Porta il cucchiaio alla bocca, e sputa immediatamente. Ammonisce Alfred dicendo “è fredda”. Impassibile Alfred risponde “è vichyssoise signore, va servita fredda”. Confortato dalla spiegazione Bruce Wayne mangia di gusto, senza staccarsi dal lavoro. La scena sottolinea il savoir faire e la cultura del maggiordomo rispetto a Batman. Ma questo ci rende più simpatico l'eroe, ce lo rende umano. Inoltre evidenzia il rapporto familiare con il maggiordomo.

I personaggi come Pinguino e Catwoman mangiano quello che ci si aspetta dagli animali di cui hanno il nome: pesci crudi per Pinguino, mentre Selina beve direttamente dalla bottiglia il latte, avidamente e sensualmente, lasciando cadere la bevanda sul mento e sul petto. Ma la scena che esprime al meglio la natura felina di Catwoman è quando, davanti agli occhi di Pinguino, gira intorno alla gabbia contenente un canarino, e se lo mangia. Alle minacce di Pinguino apre la bocca e lascia volar via l’uccellino. Il regista vuole porre l’accento sul mondo animale e eliminare l’umano. Non ci sarà nessun vincitore ma resta Batman avvolto dalla sua solitudine e malinconia.

Batman Returns la scena con Alfred e Bruce Wayne e la zuppa vichyssoise


In Nightmare Before Christmas (1993), nato dalla mente, o meglio zucca, di Tim Burton, tanto che si vedono anche nel titolo e regnano sovrane. Un film a cavallo tra Halloween e il Natale. Qui il protagonista Jack Skeletron è il re della città di Halloween ed è innamorato di Sally, la bambola di pezza, che per sfuggire al Dr. Finkelstein prepara una zuppa alla belladonna, invitante ma letale.

La zuppa di Sally è insieme gesto d’amore e ribellione: un cibo che cura e uccide, trasposizione della sua dolce vendetta.

Il film tocca delle tematiche importantissime come la solitudine, l’emarginazione interiore, la crisi di identità, il valore delle proprie origini, la diversità e l’accettarsi, il cambiamento, e lo fa nel modo più semplice e bello che esiste: con una favola gotica. 

Tra tutti i film di Tim Burton, forse questo è quello più autobiografico, affine ai mostri innocui di Beetlejuice e al triste eroe di Edward mani di forbice.

Il film ha anche un ricettario ufficiale ispirato dal film contenente varie ricette tra snack, contorni, antipasti, piatti principali, dessert e drink, “Nightmare Before Christmas Cookbook & Entertaining Guide” scritto da Kim Laidlaw, Caroline Hall e Jody Revenson.


Nightmare Before Christmas zuppa di belladonna


In Edward Mani di Forbice (Edward Scissorhands, 1990), la cucina è impossibilità e desiderio: Edward non può cucinare con le forbici, ma attraverso di esse crea bellezza. 

Il cibo non solo rappresenta il tentativo di Edward di inserirsi nel mondo borghese, ma anche la sua natura non convenzionale. Edward al posto delle mani ha delle forbici, il suo creatore non ha fatto in tempo a finirlo, e non può cucinare come tutti gli altri. L’incapacità di Edward di gestire le sue mani di forbice diventa la metafora di un’umanità che purtroppo gli è negata. La preparazione di un pasto, anche semplice, diventa un atto carico di emozioni, rappresenta il desiderio di Edward di integrarsi nella comunità, di farsi accettare. Quando ci prova non riesce a usare gli utensili da cucina in modo convenzionale: ha la capacità di trasformare il cibo in opere d'arte, ma anche in qualcosa di strano. La carne tritata e il panino, tagliato in modo strano, bizzarro, sono una metafora del suo essere incompleto e di come il mondo lo vede come outsider. Il cibo diventa così una forma di creazione distorta e disorientante, che riflette l’incapacità di adattarsi agli altri e la solitudine del protagonista. I momenti in cui Edward viene accettato dalla famiglia e dalla comunità ruotano intorno ai piatti di carne. Nella scena del barbecue Edward conquista il favore delle casalinghe, pettegole e invidiose (le desperate housewife) con le casette tutte uguali. Le mani affilate di Edward diventano degli spiedini, e questa caratteristica è un qualcosa da esibire. Ma proprio in questa scena c’è la sintesi di tutta l’ideologia di Tim Burton che mostra rituali comuni e comunitari, che dovrebbero trasmettere collettività e aggregazione, ma che invece si contrappongono alla costante difficoltà del protagonista di riuscire a essere accettato e che viene sempre visto e considerato come diverso.

Edward Mani di Forbice di Tim Burton barbecue


In questo film i dolci sono una componente essenziale che compaiono già nei titoli di testa. Non manca l’uso di metafore dolciarie: durante il primo incontro tra Peg ed Edward lei gli dice “Non avere paura, sono più innocua di una torta di ciliegie”. 

La macchina che ha dato la vita ad Edward è anche la macchina da mangiare e in particolari dei biscotti.

A simboleggiare la centralità del dolce il cuore stesso di Edward è fatto di biscotto, dolce e fragile che si può spezzare e sbriciolare in mille pezzi, la più delicata delle metafore burtoniane.

scena dal film Edward Mani di Forbice cuor di biscotto di Tim Burton


La cucina come follia e distacco dalla realtà

In Beetlejuice - spiritello porcello (1988), il cibo e la cucina sono usati per esplorare la follia e la disconnessione della realtà. 

La cucina della casa di Adam e Barbara Maitland è un luogo che riflette la loro difficoltà nell’affrontare la morte e l’idea di vita nell’aldilà.

La scena della cena con i Deetz, una delle più esilaranti che possiamo ricordare, si mescolano umorismo nero e l’assurdo, e si trasforma in un vero e proprio incubo grottesco. La cena, pur essendo un rito sociale tradizionale, viene ribaltata in un momento di disordine, mettendo in evidenza l’irrazionalità di certi rituali e l’assurdità della condizione umana e non segue alcuna logica. 

In una coreografia surreale, i Deetz e i loro ospiti sono seduti a tavola e vengono posseduti da due spiriti e, sulle note gypsy di “Banana Boat Song” di Harry Bellafonte, inscenano una divertente performance, un folle ballo da posseduti. Alla fine il cibo davanti a loro prende vita: il cocktail di gamberi si anima e inghiotte i volti dei commensali. La convivialità diventa possessione, la tavola palcoscenico del caos e disgregazione della realtà. 

Il cibo non è solo una necessità ma un simbolo del distacco dalla normalità e della disfunzione che caratterizza la vita dell’aldilà. La cucina rappresenta la confusione mentale e l’incapacità di rimanere aggrappati alla realtà, ma anche il desiderio di rimanere legati al passato e alla normalità. Diventa un simbolo di caos e disordine, dove il cibo non è più un piacere ma una fonte di frustrazione e straniamento.

Ma il cibo diventa anche un modo per comunicare. Beetlejuice propone a Lydia un rebus per farle pronunciare il suo nome (in quanto lui non può dirlo): fa apparire un gigantesco scarafaggio e un succo di frutta vicino alla ragazza che rendono molto chiaro la soluzione del rebus.

Beetlejuice usa il linguaggio del cibo persino per comunicare: grottesco e ironico, come tutto il suo universo.

cena Beetlejuice


Il cibo delle macchine

In Pee-Wee’s Big Adventure (1985), le colazioni sono orchestrate da marchingegni geniali: un’anticipazione dell’idea di macchina vivente che tornerà in Edward Mani di Forbice

Con un sistema geniale di leve e congegni, come nei cartoni animati, un ventilatore aziona una girandola, che accende una candela, che taglia un filo e lascia cadere l’incudine, che attiva le eliche, che fanno scorrere un uovo in un flessibile di plastica: tutto questo solo per preparare i pancake.

La meccanizzazione del cibo diventa metafora della fabbrica dei sogni – il cinema stesso, e l'uso di tecnologie.

Il cibo come critica sociale

In Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street (Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street, 2007), la cucina è un inferno domestico e il cibo assume una dimensione inquietante e tragica, un ruolo ancora più sinistro. È una metafora oscura della vendetta, dell’inganno e della perdita di umanità. In questo caso, il cibo diventa il mezzo attraverso cui i protagonisti si nutrono delle loro stesse azioni distruttive. Il cibo gioca un ruolo cruciale, ma in una chiave decisamente più oscura. 

La famosa scena della preparazione delle “torte di carne” è una delle più emblematiche della carriera di Tim Burton. La cucina di Mrs. Lovett diventa un luogo di morte e vendetta, un simbolo della discesa di Sweeney Todd nell’oscurità della sua vendetta. La carne tritata, un elemento che in altri film potrebbe essere legato alla famiglia e alla tradizione, qui è trasformato in un incubo, una critica alla società e ai suoi meccanismi di sfruttamento. Le torte di carne preparate da Mrs. Lovett, realizzate con carne tritata proveniente dai corpi delle vittime del barbiere, sono un simbolo della discesa nel macabro e della vendetta che consuma i protagonisti. 

Il cibo qui non è più un piacere ma un atto di distruzione, che evidenzia la perdita di umanità, l'abbrutimento dei personaggi, la corruzione morale e l'abbraccio della follia. Il cibo diventa una forma di manipolazione e sfruttamento, una rappresentazione grottesca della società che si nutre di sangue e sofferenza. 

Le torte non sono solo cibo: sono strumenti di morte e vendetta, che contribuiscono a sottolineare la desolazione emotiva e morale dei protagonisti, e allo stesso tempo sono un’illusione di normalità in un mondo altrimenti distorto.

Il nutrimento si rovescia in distruzione, simbolo di una società che divora sé stessa.

scena da Sweeney Todd di Tim Burton dove in primo piano Mrs Lovett cucina il ripieno delle torte e in secondo piano il barbiere


In Mars Attack! (1996), è uno dei film più eccentrici e complessi di Tim Burton: una satira che mescola elementi di fantascienza, umorismo nero e un’ampia dose di surrealismo. Il cibo è usato in modo simbolico per sottolineare il caos, l'assurdità e la critica sociale che attraversano tutta la narrazione, ma anche una critica verso il cibo simbolo americano, il junk food (cibo spazzatura dall’alto contenuto calorico ma dallo scarso valore nutrizionale).

Il cibo è uno strumento per esprimere la disumanizzazione, la violenza e la perversione delle dinamiche sociali. 

I Marziani, con il loro comportamento imprevedibile e distruttivo, invadono la Terra non solo con un attacco fisico, ma anche con un caos simbolico che include il trattamento del cibo e degli esseri umani.

La violenza degli invasori può essere vista come una distorsione del "consumare", un tema che tocca la critica della società consumistica, dove il cibo e le risorse sono sfruttati e sprecati. Il cibo e la cucina sono usati come metafore della società contemporanea, criticando il consumismo, l’ipocrisia e la fragilità delle convenzioni umane. 

In un mondo invaso da alieni distruttori e governato da umani che non sanno gestire né le proprie risorse né la propria umanità, il cibo diventa un veicolo di satira sociale, di disillusione e di caos. 

Gli unici personaggi risparmiati dalla satira feroce sono gli adolescenti cinici e dark come la figlia del presidente o goffi ed emarginati come Richi, il ragazzo del negozio di ciambelle, il Donut’s world, e che salverà il mondo con una semplice intuizione.

Tim Burton da bere

In questo viaggio gastronomico non possiamo dimenticare le bevande.

Anche le bevande nei film burtoniani diventano simboli di ironia e decadenza.

Lo champagne scorre in Batman e lo ritroviamo in Batman il ritorno a siglare la diabolica unione tra Pinguino e Catwoman.

Martini e whiskey fanno da sfondo alle decisioni importanti, o servono a caricature feroci e divertenti in Mars Attack!

Ne La sposa cadavere il brindisi dei morti è un inno alla vita più vero di quello dei vivi.

Conclusione: il cibo come specchio dell’anima

Tim Burton è un regista che cucina emozioni.

Nel suo cinema la cucina e il cibo sono elementi ricchi di simbolismi che si intrecciano con i temi del grottesco, dell’assurdo, e della distorsione della realtà. La cucina non è solo un luogo di nutrimento, ma un spazio dove le regole quotidiane vengono ribaltate, dove la realtà si fa bizzarra e dove il cibo può diventare sia un piacere che una minaccia. 

Tim Burton sa come usare l’immaginario legato al cibo per creare atmosfere che sono allo stesso tempo affascinanti e inquietanti, con un tocco di ironia che rende tutto più affascinante e disturbante al tempo stesso. Attraverso la cucina, il regista, esplora le emozioni e crea un mondo in cui il cibo si allontana dalla sua funzione alimentare e diventa un atto artistico, una porta verso un altro mondo o una metafora della mente umana.

Nel cinema di Tim Burton la cucina è un luogo della mente, dove le regole della realtà si dissolvono e nasce la meraviglia. Il cibo si fa racconto, trasfigurazione e arte.

Dalle zuppe gotiche alle torte di carne, dalle pozioni di Alice ai cioccolatini di Wonka, ogni piatto racconta il lato oscuro e poetico della natura umana, e crea mondi.

Non stupisce quindi che la sua visione abbia stimolato chef e food writer, sono stati scritti libri di ricette che si ispirano ai suoi film, e libri che analizzano la sua opera, anche attraverso la cucina. Proprio partendo dal cibo e dal vino, e sviluppandolo come un menu, è il libro di Francesca Rosso, “Zuppe, zucche e pan di zenzero, la cucina mostruosa di Tim Burton”, Leone Verde edizioni. 

Il risultato è una straordinaria contaminazione tra cinema, arte e gastronomia — la vera “cucina delle meraviglie” di Tim Burton.


30 settembre 2025

Il gelo al limone e "Il matrimonio del mio migliore amico"

Il gelo al limone e "Il matrimonio del mio migliore amico"


un budino di gelo al limone decorato con una fettina di scorza di limone candita servito su un piatto artigianale con i colori dell'acqua su un tavolo di granito verde grigio


Tra i dolci che raccontano la Sicilia attraverso freschezza e poesia, il gelo al limone occupa un posto speciale. Non è soltanto un dessert: è una storia tramandata da secoli, fatta di agrumi luminosi, leggende e quell’arte tipicamente isolana di trasformare la semplicità in raffinatezza. 

Il suo nome potrebbe trarre in inganno: gelo, infatti, si riferisce alla consistenza gelatinosa con la quale si presenta e non al fatto che viene servito freddo.

In un’epoca in cui il dolce tende spesso alla complessità e alla spettacolarità, questo dessert richiama alla memoria l’essenziale: raffinato, semplice, elegante e il profumo inebriante e inconfondibile del limone.


Origini tra Arabi e leggende d’amore

La storia del gelo affonda le radici nella dominazione araba della Sicilia (IX-XI secolo). Gli arabi introdussero l'uso degli agrumi e tecniche di arte pasticcera usando gli amidi, acqua di fiori, dando così le basi per molti dolci oggi famosi. 

Il concetto di "gelo" (dal latino gelu, "ghiaccio" o "congelamento") si riferisce, appunto, a una preparazione gelatinosa ottenuta tramite l'uso di amidi che conferiscono al liquido una consistenza morbida e liscia.

Accanto alla storia, vive una leggenda romantica: il dolce avrebbe preso forma come pegno d’amore per Eleonora D’Angiò, regina consorte del Regno di Sicilia nel Trecento, a cui un ufficiale,  innamorato segretamente, dedicò questa preparazione delicata e profumata.

Fra verità storica e mito popolare, il gelo conserva l’anima della Sicilia: un incontro di culture, passioni e creatività gastronomica.


Il gelo al limone come metafora d'identità

Pensando al gelo al limone, immediatamente mi è venuta in mente la nota scena di Julia Roberts che usa una metafora gastronomica nel film "Il matrimonio del mio migliore amico", una commedia romantica degli anni ’90 che vede la protagonista in un gioco sottile tra amicizia e amore. 

In questa scena, Julia Roberts, per spiegare le dinamiche dei sentimenti, usa una metafora culinaria: da una parte c’è la gelatina, dall’altra la crème brûlée. La gelatina è fresca, leggera, divertente; la crème brûlée sofisticata, perfetta. Sembrano opposti inconciliabili, eppure proprio in quella contrapposizione si annida il cuore del film: una metafora simbolica per spiegare le complicazioni del cuore.

La gelatina, il cui termine intendiamo vicino al "gelo" siciliano e in particolare al gelo al limone, non è una semplice gelatina, rischiamo di sottovalutarlo: il gelo siciliano è una signora gelatina, elegante senza essere pretenziosa, solare ma senza risultare stucchevole, è irresistibile e non stanca mai.

Riprendendo la teoria di Fabrizio Mangoni sulla fisionomica dei dolci, nel film Julia Roberts è la nostra gelatina, o meglio, il nostro gelo al limone, semplice, autentico, sincero e meno appariscente ma indimenticabile, mentre Cameron Diaz è la complessa, sofisticata, perfetta, artificiosa e inarrivabile crème brûlée. Questa metafora culinaria esprime tutta la complessità emotiva delle relazioni. Una rilfessione che si abbina bene con l'essenza del gelo al limone: un dolce semplice, dalle umili origini e popolari, che conquista con la sua naturalezza e freschezza.


Il Film: "Il matrimonio del mio migliore amico"

locandina "Il matrimonio del mio migliore amico"

Uscito nel 1997, Il matrimonio del mio migliore amico (My Best Friend’s Wedding), diretta da P. J. Hogan, è una delle romance comedy più amate degli anni ‘90. 

La trama è semplice ma spietata: Julianne (Julia Roberts) scopre all’improvviso che il suo migliore amico Michael (Dermot Mulroney), con cui ha sempre avuto un legame profondo ma platonico, sta per sposarsi con la giovane e perfetta Kimberly (Cameron Diaz). Presa dal panico e da un sentimento che non aveva mai voluto ammettere, Julianne decide che deve fermare quel matrimonio. In una serie di situazioni comiche, romantiche e sempre più disperate, Julianne tenta di sabotare le nozze... ma nulla va come previsto e, durante il percorso, scopre di dover mettere in discussione sentimenti, amicizia e crescita personale.

A contribuire al successo del film è anche il personaggio interpretato da Rupert Everett, l'amico gay di Julianne, George, e le canzoni del film co-protagoniste di situazioni divertenti.

La scena che tutti ricordano (oltre al karaoke disastroso di Cameron Diaz e il pranzo con “I Say a Little Prayer”) è quella in cui Julianne paragona sé stessa e Kimberly a due dessert molto diversi. Julianne spiega a Kim il motivo per cui Michael sceglierebbe la gelatina invece di una crème brûlée al ristorante: 

Julienne: Tu sei Michael, sei in un famoso ristorante francese e ordini crème brûlée come dessert: è bella a vedersi, è dolce, è insopportabilmente perfetta. All'improvviso Michael si rende conto che non "vuole" la crème brûlée... no, vuole un'altra cosa.

Kim: E che cosa vuole invece?

Julienne: Gelatina...

Kim: Gelatina?! Perché la gelatina?

Julienne: Perché è più di suo gusto la gelatina! La gelatina risponde di più ai sui gusti, capisco che in confronto alla crème brûlée è solo gelatina, ma probabilmente è quella che ci vuole per lui.

Kim: Posso diventare gelatina!

Julienne: No, la crème brûlée non sarà mai gelatina, tu non potrai mai essere gelatina!

Kim: Devo diventare gelatina!

Julienne: Tu non diventerai mai gelatina!


Questo dialogo è diventato leggendario perché racchiude il cuore del film: non sempre si può essere ciò che l’altro desidera.

Il matrimonio del mio migliore amico è una commedia romantica anomala: il finale non è quello che ci si aspetta. Non c’è la confessione d’amore ricambiata, non c’è il bacio finale sotto la pioggia. C’è invece un abbraccio, un’ammissione, una rinuncia. Una scelta dolorosa, ma necessaria.

Il film è apprezzato per il suo equilibrio tra umorismo ed emozione, dialoghi brillanti e personaggi ben costruiti. La sceneggiatura tocca temi universali come l'amore non corrisposto, la lealtà e la scoperta di sé. È un film dalle sfumature realistiche e ironiche, che raccontano i rapporti veri con profondità e spensieratezza. In un panorama di commedie romantiche che spesso seguono schemi rigidi, questo film osa dirci che non tutte le storie d’amore sono destinate a essere vissute, e che va bene così.

 La ricetta del gelo al limone


un budino di gelo al limone decorato con una fettina di scorza di limone candita servito su un piatto artigianale con i colori dell'acqua su un tavolo di granito verde grigio

La ricetta del gelo al limone è molto semplice, quasi un rituale. Viene tramandata di generazione in generazione. 

Ingredienti semplici e profumati: limone, succo e scorza, zucchero, amido e acqua, cotti a fuoco lento fino a ottenere una consistenza gelatinosa, vellutata e setosa. 

È un dolce dal gusto ricco che si scioglie in bocca: un dolce non dolce e la nota agrumata aspra e rinfrescante alla fine fa venire il desiderio di volerne ancora.

Non mancano, ovviamente, rielaborazioni del dolce al cucchiaio inserendo consistenze diverse, abbinamenti diversi e giocando sull'impiattamento.

Lasciando a te la scelta, io ti propongo la ricetta classica, sia in versione al piatto che in versione pret a porter nel vasetto, entrambe però monoporzione.

Fai solo attenzione che la versione al piatto è molto delicata da sformare dallo stampo, ma è il prezzo da pagare per la sua eleganza e bellezza quasi eterea.

Ingredienti

  • 1 l di acqua
  • 4 limoni grandi non trattati
  • 220 g di zucchero
  • 90 g di frumina o amido di mais o di riso
  • buccia di limone candita o pistacchi tritati per decorare, fiori di gelsomino o foglioline di menta, facoltativo
Procedimento

Metti in infusione la buccia di 2 limoni (solo la parte gialla) nell'acqua fredda per almeno 2 ore, meglio se li lasci tutta la notte, per concentrare gli aromi.

Versa in una casseruola l'acqua, dalla quale hai tolto le bucce di limone, il succo dei 4 limoni filtrato e l'amido setacciato, mescola bene poi aggiungi lo zucchero. 

Porta a ebollizione, a fuoco lento, mescolando continuamente con una frusta da pasticciere affinché non si formino grumi. Raggiungi l'ebollizione, e continua a mescolare fino a ottenere una crema liscia e gelatinosa. Togli la casseruola dal fuoco e lascia intiepidire prima di versare il gelo alimone negli stampi scelti.

Una volta freddo metti gli stampi in frigorifero per almeno 6 ore prima di servire.

Puoi decorare, prima di servire il gelo al limone, con dei pistacchi tritati grossolanamente, con un scorzetta di limone candita, un fiore di gelso, che ne esaltano il profumo e il colore, oppure anche nulla, nella sua elegante semplicità.

22 agosto 2025

I fiocchi di neve di Poppella: la dolce storia napoletana e la versione fatta in casa...

I fiocchi di neve di Poppella: la dolce storia napoletana e la versione fatta in casa...


 
primo piano di un fiocco di neve intero e una metà che mostra il cremoso ripieno di latte, in secondo piano altra metà della brioche e altri fiocchi di neve interi, su vassoio in ardesia su runner bianco grezzo con disegnai in argento degli abeti


Napoli ha sempre saputo stupire con la sua pasticceria: dalla sfogliatella al babà, ogni dolce racconta una storia fatta di tradizione, passione e un pizzico di segreto. Ma tra le creazioni più recenti che hanno conquistato il cuore (e il palato) di migliaia di persone, c’è un dolce tanto semplice quanto irresistibile: il fiocco di neve di Poppella.


Il fiocco di neve è una piccola brioche dalla consistenza soffice, farcita con una crema leggera e bianca a base di latte, panna e ricotta; ed è diventato celebre grazie alla Pasticceria Poppella nel Rione Sanità di Napoli, dove Ciro Scognamillo ha perfezionato la ricetta originale nata due generazioni prima di lui. Sembra che il ripieno sia arricchito da un ingrediente segreto che dona un tocco unico alla crema, racchiusa in una pasta di brioche delicata e areata.

La storia dei fiocchi di neve

Il fiocco di neve nasce nel cuore del Rione Sanità, uno dei quartieri più autentici e vibranti di Napoli, dove tradizione, cultura popolare e gastronomia si intrecciano quotidianamente. 

In questo angolo della città, la storica Pasticceria Poppella, fondata nel 1920, è diventata negli ultimi anni un punto di riferimento nazionale grazie a una piccola, sofficissima creazione: il fiocco di neve.

La pasticceria fondata da Raffaele Scognamillo, soprannominato “Papele”, e da sua moglie Giuseppina Evangelista, detta “Puppnella”, la pasticceria prende il nome proprio dall’unione dei due soprannomi: Poppella.

Negli anni, la famiglia Scognamillo ha portato avanti l’attività con dedizione e passione, attraversando tre generazioni. Ma è solo con l’arrivo di Ciro, terza generazione, e l’invenzione del fiocco di neve (perfezionando la ricetta familiare) nel 2015 che la pasticceria ha conosciuto una nuova epoca d’oro, facendo uscire il suo nome dai confini del Rione Sanità e portandolo tra le eccellenze dolciarie italiane. In poco tempo, il fiocco di neve ha conquistato Napoli, poi la Campania, infine tutta Italia, diventando un vero e proprio fenomeno virale, con file chilometriche davanti alla pasticceria e fan disposti a viaggiare per assaggiarlo.

Oggi i fiocchi di neve sono simbolo di identità partenopea contemporanea: moderni nella concezione, ma profondamente radicati nella cultura del territorio. Un perfetto esempio di come innovazione e tradizione possano incontrarsi, dando vita a qualcosa di unico.


La ricetta dei fiocchi di neve fatti in casa su ispirazione di Poppella

Questa non è la ricetta originale del pasticciere Poppella, ma un'interpretazione fedele nello spirito e nel gusto. Questo perché la ricetta dei fiocchi di neve è segreta e gelosamente custodita nella pasticceria di Poppella a Napoli.

In giro troverai tantissime versioni e procedimenti differenti, a grandi linee simili, ma ogni versione si differenzia in qualcosa.

Per ottenere una brioche morbida e ariosa come quella del fiocco di neve, è essenziale seguire alcuni accorgimenti. L’impasto va lavorato a lungo e lasciato lievitare lentamente, spesso con un doppio processo di lievitazione, che permette alla brioche di sviluppare la sua struttura soffice. La cottura attenta a una temperatura moderata assicura una consistenza leggera e ben alveolata, perfetta per accogliere una crema morbida senza perdere la sua forma.

Seguendo questi accorgimenti io ho fatto fare una lunga lievitazione in frigorifero per tutta la notte alle brioche già porzionate e formate in piccole sfere. Il giorno dopo le ho lasciate poi a temperatura ambiente per almeno un paio d'ore prima di infornarle.

Il fiocco di neve è semplicemente un panino di pasta brioche morbida e soffice, spolverato con zucchero a velo e farcito con una crema fredda a base di latte. Ma proprio in questa sua semplicità è la sua arma vincente. Ricorda una coccola, ha profumo di buono, la sua consistenza unica: un morso e ci si ritrova in un sogno leggero e vellutato. 

Ingredienti 


Pasta brioche

  • 500 g di farina tipo 0
  • 110 g di zucchero
  • 2 uova
  • 1 tuorlo
  • 15 g lievito birra fresco (o 5 g lievito birra secco)
  • 160 g latte
  • 90 g burro
  • semi baccello di vaniglia (o qualche goccia di estratto di vaniglia)
  • tuorlo e 20 g di latte per spennellare
Crema di ricotta
  • 220 g di ricotta vaccina
  • 220 g di panna liquida fresca
  • 40 g di zucchero a velo
  • 10 g miele
Crema di latte
  • 300 ml di latte intero
  • 40 g di frumina (o altro amido)
  • 90 g di zucchero
  • qualche goccia di estratto di vaniglia
Decorazione
  • zucchero a velo

Procedimento

Prepara l'impasto mettendo nella planetaria il latte le uova e il tuorlo leggermente sbattuto e il lievito sbriciolato e amalgama fino a sciogliere quest'ultimo.

Aggiungi lo zucchero e fallo sciogliere, poi unisci la farina e lascia impastare a media velocità per una decina di minuti.

Incorpora ora il burro a pezzetti morbido, poco alla volta, lasciandolo ben assorbire, infine metti il sale e la vaniglia.

Quando l'impasto è morbido ed elastico mettilo in una ciotola, coperto con pellicola alimentare, e fai lievitare per un'ora.

Ora taglia l'impasto in pezzi da 40 g l'uno e forma delle sfere. Sistema ogni sfera su una teglia rivestica con carta forno, copri con pellicola alimentare e lascia lievitare fino al raddoppio.

Spennella la superificie dei panini con latte e tuorlo sbattuti insieme e inforna a 170° C in modalità statica per 12 minuti.

Per la crema di latte scalda in un pentolino il latte, metti lo zucchero e l'amido, mescola per far sciogliere bene e non avere grumi, poi aggiungi la vaniglia (semi o estratto). Metti su fuoco basso e mescola fino a quando il composto non si sarà addensato.

Trasferisci la crema in una ciotola e copri per pellicola alimentare a contatto, e lascia raffreddare.

Con una frusta lavora la ricotta con miele e zucchero a velo fino ad ottenere una crema. Aggiungi la crema di latte raffreddata e amalgama bene. Infine unisci la panna semimontata.

Trasferisci la crema ottenuta in una sac à poche con bocchetta liscia.

ATTENZIONE: i fiocchi di neve vanno farciti caldi, appena sfornati, perché solo in queto modo l'impasto nterno cede facilmente lasciando spazio alla crema.

Sfornati i fiocchi di neve procedi subito a farcirli facendo un buchino nella parte inferiore della brioche e riempiendo con la crema.

Lascia raffreddare i fiocchi d neve per un'ora poi servili con una generosa spolverata di zucchero a velo.


fiocchi di neve visti dall'alto, due interi euno a metà che mostra il cremoso ripieno di latte, su vassoio di ardesia, su runner bianco a trama grezza con disegnati in argento degli abeti sul lato lungo


N.B. I fiocchi di neve si conservano per un 2-3 giorni in frigorifero chiusi in un contenitore ermetico, anche se perderanno un po' della loro caratteristica leggerezza e ariosità.

Le brioche vuote si possono anche congelare.

La crema di conserva per 2-3 giorni in frigorifero.


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