Ci sono farmaci che si comprano in farmacia, e almeno uno che si compra dal fornaio. L'ho scoperto guardando Ti sposo ma non troppo, commedia del 2014 scritta, diretta e interpretata da Gabriele Pignotta, con Vanessa Incontrada e Chiara Francini — pescata, come capita solo d'estate, nel calderone confuso del palinsesto in chiaro, tra una replica e l'altra, in uno di quei pomeriggi in cui il caldo ti scioglie sul divano e persino scegliere cosa guardare ti sembra un'impresa.
Se mi segui sai che il cinema italiano di solito mi mette sul chi va là: troppo spesso scambia il realismo crudo per verità, e finisce solo per essere respingente. Qui invece Gabriela Pignotta va a pescare in un genere più antico e più rischioso, la commedia degli equivoci classica — scambi di identità, bugie a fin di bene, un finale che scioglie tutto — e lo fa con un tocco che non scivola mai nel sentimentale.
La trama, in breve
Al centro ci sono due coppie. Luca (Gabriele Pignotta), fisioterapista romano, si ritrova per un intreccio di circostanze a spacciarsi per psicologo — ereditando la casa-studio del vero dottore, con tanto di due stampe di Woody Allen alla parete che da sole meriterebbero una nota a piè di pagina. Tra i suoi "pazienti" finisce Andrea (Vanessa Incontrada), abbandonata all'altare e da allora capace di svenire alla sola parola "matrimonio".
In parallelo ci sono Carlotta — la Lotti, una Chiara Francini in stato di grazia, tutta musicalità toscana — e il suo Andrea (Fabio Avaro), promessi sposi ormai affondati nella routine al punto da innamorarsi virtualmente dei rispettivi alter ego in chat, senza sapere di parlare l'uno con l'altra. È la versione 2.0 del vecchio equivoco teatrale: prima ti travestivi, oggi basta un profilo falso.
Il film vive più di dettagli che di trama. Uno su tutti: il tabellone dei tavoli per il matrimonio di Lotti, ribattezzati con i titoli delle canzoni di Vasco Rossi. La zia ottantenne relegata a Vita Spericolata, gli amici single confinati in Liberi Liberi, e il babbo di Lotti — personaggio memorabile, frecciatine perfette — che si autoassegna sornione il tavolo Rewind. Con l'aria di chi, il nastro, lo riavvolgerebbe volentieri fino a prima del "sì".
Il vero colpo di fulmine: un panino
Quella citazione di Woody Allen alla parete non è affatto casuale: è la strizzata d'occhio del film alla propria genealogia, la commedia nevrotica che usa la psicoanalisi come sfondo scenico. Solo che qui la "terapia" vera non arriva mai dal lettino.
Siamo su una panchina, sul ponte che scavalca il fiume. Luca guarda Andrea con la serietà di chi sta per fare una diagnosi:
«Andrea ha avuto una brutta ricaduta che sinceramente non mi aspettavo e devo somministrarle degli antidepressivi.»
Lei lo guarda allarmata: gliel'aveva chiesto esplicitamente, niente farmaci. Lui apre il sacchetto di carta che si è portato dietro. Non ne esce nessuna scatola di pillole, ma una rosetta gigante farcita di mortadella.
«Il più potente antidepressivo che esista», spiega Luca, «per quanto c'è una scuola di pensiero che sostiene che sia la cioccolata. E se sarà necessario, la avverto, dovremo provare anche quella.»
Divide il panino in due, gliene offre metà, e il film si concede un piccolo miracolo sonoro: si sente la crosta che cede sotto i denti, un crac che porta con sé il profumo del pane buono e dei salumi appena affettati. Per restare al gioco, le offre pure una birretta. Lei, prontissima:
«Con l'antidepressivo è pericolosissima.»
È tutto lì, in quel morso su una panchina: la guarigione, quella vera, raramente ha bisogno di effetti speciali. Le basta una rosetta croccante, la mortadella tagliata giusta, e qualcuno disposto a sedersi accanto a te. La cioccolata, se proprio serve, resta la terapia di riserva.
Il film soffre di una prevedibilità che tradisce la sua origine teatrale — nasce come pièce di grande successo dello stesso Pignotta, e si vede nei tempi comici serrati e in una certa rigidità di scena. Ma è un limite che qui funziona quasi da pregio: dà al racconto un'intimità domestica, la stessa di una commedia guardata in salotto, senza pretese di cambiare la storia del cinema — solo di farti compagnia una sera d'estate.
La ricetta cinefila: la rosetta antidepressiva
Visto che questa è la rubrica delle Ricette Cinefile, non potevo lasciarti senza il protocollo per ricrearla a casa. Niente salse, niente rivisitazioni gourmet: qui si celebra la purezza della tradizione — e anche un gesto semplice come farcire un panino merita rispetto.
Ingredienti (per due cuori in cerca di conforto)
- 1 rosetta soffiata grande, vuota all'interno e con la crosta friabile (se preferisci farla in casa, ho la ricetta completa qui)
- 100 g di mortadella Bologna IGP, affettata sottilissima
- 1 birra bionda fredda
Il protocollo
Il taglio. Dividi la rosetta a metà in orizzontale con un coltello da pane seghettato: deve sentirsi il crac della crosta. Se c'è troppa mollica, toglila con le dita — la rosetta deve ospitare il salume, non soffocarlo.
L'adagiata. Le fette di mortadella non si stendono piatte: si adagiano a onde, arricciate, così da trattenere aria tra le pieghe. È quell'aria che porta il profumo fino al morso.
La chiusura. Richiudi premendo leggermente con il palmo sulla calotta superiore. Serve a far sposare i profumi, non a schiacciarli.
La somministrazione. Dividi il panino a metà, come fa Luca con Andrea. Siediti da qualche parte con vista — un balcone, una finestra aperta, su una panchina al parco — e stappa la birra fredda.


