Le cuoche che volevo diventare: il Ferni al cardamomo e fiori d’arancio



due vasetti con il ferni, la crema dolce al cardamomo e fiori d'arancio decorata con granella di pistacchi, sullo sfondo il libro "Le cuoche che volevo diventare"


C’è un momento preciso, quando sfogliamo un libro, in cui sentiamo che le parole iniziano a profumare. Non è solo suggestione: è quella capacità rara di certi autori di portarci dentro la loro cucina, tra i loro ricordi, seduti a una tavola che non abbiamo mai visto ma che ci sembra di conoscere da sempre.

È quello che mi è successo con una "chicca" letteraria ritrovata in libreria: "Le cuoche che volevo diventare" di Roberta Corradin (edito da Einaudi). Un piccolo volume che è molto più di una raccolta di ricette; è una mappa sentimentale che ci invita a riflettere su chi siamo e, soprattutto, su chi desideriamo diventare attraverso il gesto del cucinare.

Una mappa sentimentale tra le pagine 

Roberta Corradin ci prende per mano e ci conduce in un itinerario che è insieme gastronomico e profondamente umano. Non aspettatevi un manuale tecnico: questo è un racconto di vita. L'autrice non ci parla come una chef, ma come una donna che, incontrando diverse figure femminili tra i fornelli, cerca di definire la propria identità.

La sua scrittura è una delizia: ironica, colta, capace di passare con grazia dai grandi ristoranti stellati alle cucine domestiche più silenziose. Leggendolo, ci si sente parte di un viaggio fatto di ambizioni, di libertà e di modelli femminili che lasciano un segno, come un ingrediente nuovo nella nostra dispensa dell'anima. Ogni capitolo è un dono, uno spunto di riflessione che ci spinge a posare il segnalibro e ad accendere i fornelli.

L'incontro e lo scambio con ciascuna di queste donne aiutano a ritrovare un pezzetto di sé.

Proprio tra queste pagine ho incontrato il Ferni, una crema dolce che profuma di altrove e di accoglienza. Per me, è diventata la metafora perfetta di questo libro: una coccola familiare con un’anima inaspettata.


La ricetta del mio Ferni


vista dall'alto primo piano di un cucchiaino contenente il ferni, la crema dolce profumata al cardamomo e fiori d'arancio decorata con granella di pistacchi, sullo sfondo il vasetto con il dolce su un vassoio d'ardesia e il libro "Le cuoche che volevo diventare"


Il dono di Sadjia: tra letteratura e profumo di cardamomo

La ricetta del Ferni non è solo un elenco di ingredienti, ma un frammento di vita che troviamo tra le pagine di “Le cuoche che volevo diventare”. A donarla alla protagonista è Sadjia Masshour, una donna afgana che porta con sé una storia di coraggio e rinascita.

Sadjia ci racconta come la sua vita sia cambiata drasticamente: da insegnante di letteratura nel suo Paese a rifugiata in Francia, costretta a reinventarsi insieme alla sua famiglia. Attraverso le sue parole, scopriamo un mondo dove la cucina familiare è affidata esclusivamente alle donne, mentre la scena pubblica dei ristoranti e dei mercati appartiene agli uomini.

Il destino, però, ha rimescolato le carte. A Parigi, Sadjia e suo marito aprono un piccolo locale a Montmartre. Inizialmente, restando fedeli alla tradizione, si affidano a uno chef mediorientale che impara le ricette di casa di Sadjia. Ma quando lo chef se ne va, lei prende una decisione coraggiosa: scendere in prima persona in cucina.

Ci descrive la cucina afgana come una cucina "povera" ma nobilitata dall'uso sapiente di spezie e aromi. Una danza di contrasti forti, dove al piccante si contrappone la freschezza della menta e dello yogurt caprino. E poi ci sono i dolci, che in Afghanistan hanno un rito tutto loro: si gustano lontano dai pasti, sempre accompagnati da una tazza di tè bollente.


La mia versione del Ferni

Ed eccola qui, la ricetta del Ferni. Roberta Corradin la definisce una crema dolce al cardamomo "che unisce il lato consolatorio del dessert all'effetto digestivo della spezia".

Nella versione originale, Sadjia usa la maizena per addensare e l'acqua di rose per profumare. Io, però, mi sono presa qualche piccola licenza poetica (e pratica!):

  • La consistenza: ho sostituito la maizena con la frumina, per un tocco ancora più setoso.

  • Il profumo: non avendo trovato l'acqua di rose, ho scelto l'essenza di fiori d'arancio, che regala una nota solare e mediterranea. Questa sostituzione rende il dolce meno "profumato" e più fresco, ideale per chi ama i sapori gentili ma persistenti.

  • Le dosi: ho dimezzato le quantità indicate nel libro, ottenendo 4 vasetti monoporzione (quelli classici da 125 g), perfetti da tenere in frigo.

Il risultato è una crema semplicissima e veloce da preparare, ma dal profumo inebriante. In bocca è freschissima, una vera "coccola" — come lo sono tutte le creme di latte — ma con quel carattere inusuale dato dalle spezie. Il tocco finale? Il colore e la croccantezza dei pistacchi e delle mandorle tritati al coltello appena prima di servire.

Non ci resta che metterci ai fornelli e lasciarci trasportare da questo viaggio sensoriale.

Ingredienti

  • 25 g di frumina (fecola di frumento)
  • 500 g di latte
  • 125 g di zucchero
  • 1\2 cucchiaino di cardamomo in polvere
  • 1\2 cucchiaino di essenza di fiori d'arancio 
  • 20 pistacchi
  • 10 mandorle

Procedimento

Stempera la frumina in 125 g di latte freddo, usa una piccola frusta per scioglierla bene.

Scalda il restante 375 g di latte e porta quasi a ebollizione.

Versa lo zucchero nel latte caldo, mescola per farlo sciogliere.

Abbassa la fiamma sotto la casseruola del latte e versa a filo la miscela di frumina, aggiungi il cardamomo e l'essenza di fiori d'arancio.

Cuoci la crema per circa cinque minuti dal bollore, continuando a mescolare, finché la crema non vela il cucchiaio e si addensa.

Dividi ora la crema in 4 coppette e lascia intiepidire, poi conserva in frigorifero fino al momento di servire.

Servi cospargendo la superficie con mandorle e pistacchi tritati a coltello.